Steve Jobs nel campo profughi di Calais

Oggi vogliamo riportarvi questa suggestiva immagine e la riflessione che "sorge spontanea", osservandola. Un murales che rappresenta il paradosso della situazione attuale dei profughi, di coloro che sono costretti ad allontanarsi dalla propria terra, dalla propria casa, in Siria. 
L'ormai dilemma politico su come accogliere (o SE accogliere) i rifugiati, non sembra trovare pace, e intanto basterebbe riflettere sul passato e su chi, originario di quella terra, potendo avere una vita migliore ha reso migliore anche le nostre, riuscendo a costruire qualcosa di veramente grande e importante, per tutti noi, poiché sulla tecnologia che ne deriva si basa gran parte dell'economia attuale. Stiamo parlando ovviamente di Steve Jobs, fondatore di Apple e suo CEO fino a pochi mesi della prematura morte, avvenuta il 5 Ottobre del 2011. Vi riportiamo qui a seguire l'articolo pubblicato su repubblica.it a proposito di questo dipinto e del suo autore:

"Il figlio di un migrante siriano". Così Banksy, uno degli street artist più famosi al mondo, presenta sul suo sito ufficiale il nuovo graffito realizzato nel campo profughi di Calais, in Francia: uno Steve Jobs vestito con i classici jeans e dolcevita nera, con uno dei primi computer Apple in una mano e una sacca in spalla. Il riferimento è alle origini del cofondatore dell'azienda di Cupertino: il padre biologico di Jobs, adottato da una coppia di armeni-americani, è infatti Abdulfattah John Jandali, giunto negli Usa dalla Siria. Banksy ha dunque utilizzato la figura di Jobs per evidenziare la recente crisi riguardante i rifugiati. Oltre al graffito, infatti, lo street artist londinese ha diffuso un insolito comunicato stampa: "Siamo inclini a pensare che l'immigrazione rappresenti un danno per le risorse di un Paese e invece Steve Jobs era il figlio di un migrante siriano. Apple paga circa 7 miliardi di dollari all'anno di tasse ed esiste unicamente perché l'America ha accolto un giovane uomo da Homs".

Immagini da Banksy.co.uk


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